Roccamandolfi, il borgo dei Briganti

Aggiornato il: 27 nov 2020

La storia del Borgo, del Castello e dei suoi briganti.

Prima che l’ultima pennellata di blu scivolasse dietro l’orizzonte per lasciar voce alla tenera brezza dell’aurora, mi voltai indietro.

Timido, il sole vestito d’alba stava cominciando il suo consueto dar colore al mondo, accarezzando la notte che ancora aleggiava tra i suoi raggi.

Tutto sembrava esser sospeso, avvolto.

Anche io.

Mi trovai cinto da alte rocce che si spingevano a sfiorare il cielo e dal profumo di natura intensa e primigenia.

Mi avevano parlato di quel ponte sospeso tra le nuvole, ma le parole, a volte, possono solo render onore al respiro e fare un passo indietro.

Di quel respiro, me ne sentii fendere, passo dopo passo.

Lo attraversai e quel luogo sembrava senza memoria, o colma d’essa.

Tinte intense lo ornavano, scandendone i contorni e il tempo.

Ero divenuto parte di esso.

Del suo fluire, della sua storia.

Una storia raccontata da conti e castellani, truppe imperiali e assedi.

Ed è proprio in questa cornice ad esibirsi, in tutto il suo malinconico fascino, il castello medievale di Roccamandolfi, atrio di vicende e distruzioni, di vite e coraggio.

Lì, sulla rocca più alta, dove i piedi, oggi, poggiano su ruderi e bianca pietra.

Mura morte, fascino immortale.

E da quella cima, terrazza sul mondo, mi diressi verso il borgo, disteso, riverente, ai suoi piedi.

Dall’austero e scuro mantello avvolto e dal capo coperto, mi imbattei in un uomo di bronzo.

La statua del brigante.

Si, perché Roccamandolfi dei briganti fu la patria.

E proprio di tre di queste misteriose figure che voglio raccontarvi le leggendarie storie.

D’umili origini era Sabatino Lombardi.

E dal torto, condannato.

Presso la famiglia Cimino faceva il garzone, quando d’un tratto, l’autocrate padrone, lo accusò d’un furto e dell’uccisione di un oliandolo, avvenuta tra le valli di Roccamandolfi e Castelpizzuto.

Tutto ciò dopo aver sedotto la di lui consorte.

Converrete con me che il buon cuore non era reperibile tra le virtù del signor padrone.

Poche sere dopo, in una bottega della Rocca, incautamente, tra fiumi d’alcol, un tale Bartolo ebbe l’ironia brilla di ricordare al malcapitato Sabatino, il marchio della vergogna ormai accompagnatore del suo nome.

La rabbia oscurò il volto e i suoi pensieri, mettendo fine alla vita dello sventurato Bartolo.

Nelle carceri di Capua fu condotto, per da lì evadere poco dopo.

Fu lì che venne alla luce il “Brigante Maligno”, come oggi viene ricordato.

Fu lì, tra le sue montagne, che ebbe i secondi natali un pastore divenuto brigante per brama di vendetta.

Fuoco e fiamme disseminò intorno a sé.

Il suo bersaglio, la famiglia Cimino.

Una furia divenne quando i suoi persecutori tentarono, invano, di estorcere informazioni sul suo conto a sua madre. Sevizia e tormento, furon le armi degli aguzzini, che accesero ancor di più l’impeto della sua vendetta.

A riecheggiar tra quelle bianche rocce e folti arbusti, fu il suo nome, quello del “Maligno” per sette lunghi anni.

Fino a sentirne l’eco di terrore sussurrare alla pianura pugliese.

La leggenda, ad accompagnarlo.

Però fu qualcun altro ad accompagnarlo di lì in avanti.

Lucia.

Una giovane donzella la quale avvedutezza femminile l’aveva portata a guardar dove il suo compagno non aveva volto lo sguardo.

Bisogna ascoltarle, le donne.

E Lucia lo aveva avvisato Sabatino.

“Non ti fidar dei nuovi arrivati. Son tre ceffi.”

Ma inascoltato il suo appello era rimasto.

Questi nuovi briganti, unitisi al Maligno e conquistata la sua fiducia, gli tesero una trappola.

Colle Castrilli. Una grotta. 12 giugno 1812. Lo uccisero.

Il corpo senza vita del brigante fu brutalmente condotto in paese, diviso ed esposto in quattro angoli della campagna.

In cima al campanile, fu posta la sua testa sbarrata in una gabbia, a voler essere, per le generazioni future, monito e ammaestramento.

Il 13 giugno, il giorno seguente, i resti del castello assistettero, impotenti, all’affranto salto nel vuoto dell’inesaudita e amorevole Lucia.

56 anni trascorsero da quel l’infausto dì e qualcosa in quelle terre stava mutando.

L’Italia Unita non ne voleva sapere più di rivolte , non v’erano più tollerati i bagni di sangue. Fu fatta preghiera ai rivoltosi d’essere cittadini pacifici.

Anche a Roccamandolfi, dove in molti casi tale preghiera fu disattesa.

A scegliere l’ammutinamento e la latitanza piuttosto che l’ammonizione, fu Domenicangelo Cecchino accompagnato da Samuele Cimino.

Il “Generale”, epiteto austero fattogli in dono dai suoi uomini, tuonò in ogni valle del Matese, su ogni altura, in ogni cunicolo.

Il potere per conto dello stato unitario, il suo nemico, la sua preda.

Ma la notte del 13 agosto 1861 il “Generale” decise di prendersela con la gente di Roccamandolfi , scrivendo una delle pagine più buie e infelici della sua storia.

Sevizie atroci, esecuzioni brutali macchiarono di sangue le sue strade. Non v’era rifugio, non c’era riparo. Solo la fame dei 147 briganti, che al seguito di Cecchino, calpestarono i ciottoli ancora caldi di quel torrido dì d’agosto.

Per darvi ad intendere della violenza di tali mani, voglio narrarvi di Marta, sorella del generale. Affascinata anch’ella dal fascino bramoso di quel modo d’esistere, decise di unirsi alla banda, dando a Samuele Cimino un figlio.

Figlio che egli non ebbe modo di conoscere perché le mani del Generale, per questioni di giuoco, misero la parola fine alla sua scellerata esistenza.

Figlio che anche la sfortunata Marta non ebbe il dolce onore di incontrare perché subì la stessa sorte, divenuta intralcio per la banda.

Ma si sa. La ruota non fa che girare.

Erano i primi giorni di settembre e, ferito ad un braccio, il Dottor Generale trovò rifugio in una grotta tra Roccamandolfi e Castelpetroso. Non fu abbastanza accorto e vigile mi sa, tant’è che un agricoltore, notata la sua presenza, non tentennò neanche un istante.

Giustizia doveva esser fatta. Per la gente di Roccamandolfi. Per le anime perdute in quelle strade. Il 5 settembre le guardie, catturato, lo condussero in paese .

E lì, in piazza, davanti agli occhi dei cittadini di Rocca, giunti lì a far da spettatori a quell’esecuzione, fu fucilato “Rafaniello”, com’essi stessi lo chiamarono.

Questa fu la fine del Brigante Rafaniello e delle sue atroci gesta.

Ci fu chi nacque brigante, chi lo diventò per sete di vendetta, chi invece per la fierezza e i fasti che quelle figure portavano con sé.

Facciamo un salto temporale di 6 anni a raccontar la storia dell’ultimo brigante di Roccamandolfi.

Il “vagabondo” lo chiamavano i suoi amici, Pietro Di Marco era invece il suo nome.

Un umile pastore di Roccamandolfi.

Per più d’una volta aveva tentato di accompagnare quelle bande, d’esser preso con loro.

Ai suoi occhi, il futuro d’alterigia e glorie che avrebbe potuto avere, vestendo i panni d’un brigante non era neanche paragonabile alla modestia d’essere pastore.

E la sua occasione la ebbe, o meglio la creò.

Di una giovane donzella s’era invaghito, che pur ricambiando il sentimento, non poteva prenderlo in marito per il dissenso della propria madre.

Ed ecco che l’occasione si palesò, accompagnando il di lui temperamento barbaro.

BUM. Sperò l’anziana signora credendo d’averla uccisa.

Starete dicendo “pessima mira”. E invece no, era davvero abile col fucile e il coraggio di cento non gli mancava. Doti che affascinarono le bande di briganti e con le quali si conquistò il loro rispetto. E i suoi sogni infami si compirono, prima con la banda di Colamatteo e poi con quella di Domenico fuoco.

Fu proprio con quest’ultimo e altri tre briganti che, il 28 maggio 1868, nella zona di Campo delle Fosse, egli sorprese a far legna i fratelli Simone e Angelantonio Martelli, Cesare de Filippis e Gaetano Rizzi.

Che giornata sfortunata per quei quattro.

Non è mai raccomandabile lasciar ubriacare un brigante. Pessima combinazione vino e animo farabutto.

Così Vagabondo si mise in piedi, tirò fuori il suo coltello e freddò i quattro sventurati, cavandone i visceri.

Ad abitarlo una forza oscura. La definì così a chi si raccontava, alle persone a lui più care.

Ma fu proprio una di queste che lo tradì.

Il 7 agosto dello stesso anno Antonio De Casto, che lui conosceva da sempre e con il quale spesse volte si confidava, durante una consueta chiacchierata lo colpì con forza alla testa, facendogli perdere i sensi.

Al suo risveglio, si ritrovò legato dinanzi alla banda di briganti del capitano Roversi.

Quel giorno morì.


Manuela Genova

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